Ogni autunno la stessa frase torna nei telegiornali: «Ce lo chiede l'Europa». È una formula comoda, perché sposta altrove la responsabilità di ciò che non si fa. Ma quanto c'è di vero? Quanto margine ha davvero l'Italia, con un debito tra i più alti del mondo, e quanto invece dipende da scelte politiche presentate come obblighi? A rilanciare la domanda è un'analisi pubblicata il 7 ottobre 2026 da RANE, società di analisi del rischio geopolitico, sulla sua piattaforma Worldview: «Fiscal Constraints and EU Rules Bind Italy to Cautious Economic Path Beyond 2027 Election», cioè vincoli di bilancio e regole europee legano l'Italia a una linea economica prudente anche dopo le elezioni del 2027.
Che cosa sostiene l'analisi
Il testo integrale è riservato agli abbonati. La sintesi pubblica, però, è chiara. Secondo RANE, il debito elevato e il costo del finanziamento limiteranno le concessioni nell'ultima manovra prima del voto del governo Meloni e impediranno a qualunque governo esca dalle elezioni del 2027 di allentare in modo sostanziale i conti. Allo stesso tempo, con una crescita definita «anemica», bisogni di spesa in aumento e riforme strutturali che mancano, il debito difficilmente scenderà in modo significativo nei prossimi anni. L'Italia resterebbe quindi esposta alla pressione dei mercati, anche se le protezioni dell'eurozona rendono improbabile una vera crisi finanziaria.
È una lettura sobria, quasi notarile. Ma per capire se regge bisogna guardare i numeri ufficiali.
I numeri: deficit in calo, debito in salita
Il 22 settembre l'Istat ha confermato che nel 2025 l'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato pari al 3,1 per cento del Pil, in miglioramento rispetto al 3,4 per cento del 2024. Il saldo primario, cioè il bilancio al netto degli interessi, è salito a un avanzo dello 0,8 per cento. Il debito, invece, ha raggiunto il 136,7 per cento del Pil, contro il 134,2 dell'anno prima. Quel decimale sopra la soglia del 3 per cento ha un peso politico: l'Italia non esce in anticipo dalla procedura europea per deficit eccessivo, e il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha indicato il 2027 come possibile anno di uscita.
Il quadro dei prossimi anni è nel Documento programmatico di finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri. La crescita del 2026 è stimata all'1 per cento, poi tra lo 0,8 e lo 0,9 negli anni successivi. Il deficit scenderebbe al 2,9 per cento nel 2026, ma risalirebbe al 3,4 nel 2027 e al 3,2 nel 2028, per tornare al 2,3 nel 2029. Senza le spese aggiuntive per difesa ed energia consentite dalla clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle regole europee, nel 2027 e nel 2028 il deficit sarebbe rispettivamente del 2,8 e del 2,6 per cento. Il debito salirebbe al 138,1 per cento alla fine del 2026 e al 138,5 nel 2027, per cominciare a scendere solo dal 2028, un anno più tardi del previsto. Il governo chiede al Parlamento uno scostamento di circa 14,4 miliardi l'anno nel biennio 2027-2028, destinato proprio a difesa ed energia: il voto alla Camera è fissato per il 13 ottobre, ed entro il 20 ottobre dovrà essere approvato il Documento programmatico di bilancio.
Il calendario elettorale
Il riferimento al 2027 non è un'ipotesi. La legislatura in corso è cominciata con la prima seduta delle Camere il 13 ottobre 2022, e la sua durata naturale di cinque anni la porta a scadenza nell'autunno del 2027. Nel dibattito politico si parla anche di un possibile anticipo alla primavera del 2027, ma lo scioglimento delle Camere resta una decisione del Presidente della Repubblica. In ogni caso, la manovra che il governo sta preparando è l'ultima prima del voto.
Dove il vincolo è reale
Alcuni limiti non dipendono dalla volontà di nessun governo. Il primo è il debito stesso: con un debito vicino al 140 per cento del Pil, ogni aumento dei tassi si trasforma, con il tempo, in miliardi di interessi in più, cioè in risorse sottratte a scuole, ospedali e investimenti. Il secondo è il giudizio dei mercati: lo Stato si finanzia emettendo titoli, e chi li compra chiede un premio più alto quando i conti appaiono fuori controllo. Il terzo sono le regole europee riformate nel 2024, che non guardano più soltanto al deficit annuale ma a un percorso pluriennale di spesa netta concordato con Bruxelles, e la procedura per deficit eccessivo ancora aperta. In questo senso, l'analisi di RANE coglie un punto concreto: chiunque governi dopo il 2027 avrà margini stretti.
Dove comincia la scelta politica
Ma un vincolo sul totale non decide la composizione. Le regole stabiliscono quanto si può spendere in deficit, non dove vanno i soldi né chi paga il conto. Decidere di usare la flessibilità europea per la difesa e l'energia, invece che per la sanità o per i salari, è una scelta politica. Lo è stabilire quali redditi tassare di più e quali di meno, quanto impegno mettere nel recupero dell'evasione, se chiedere un contributo alle rendite e ai profitti eccezionali o se far gravare il peso soprattutto sul lavoro dipendente e sui servizi pubblici.
Lo stesso vale per la crescita. Se il debito non scende, come sostiene l'analisi, è anche perché l'economia cresce poco. E la crescita dipende da scelte che nessuna regola europea impone o vieta: investimenti pubblici, ricerca, formazione, politica industriale, capacità di spendere bene i fondi disponibili. Dire «non ci sono margini» è spesso vero sul saldo complessivo. Diventa un alibi quando serve a non discutere la distribuzione dei sacrifici.
Le domande che restano aperte
- Le spese aggiuntive per difesa ed energia sono la priorità giusta per un Paese con una sanità pubblica sotto pressione?
- Chi sosterrà il peso del rientro del debito: i redditi da lavoro, i consumi, le rendite o i servizi pubblici?
- Quali misure concrete possono alzare la crescita, l'unico modo davvero sostenibile per ridurre il peso del debito?
- Nella campagna elettorale del 2027, i partiti diranno con chiarezza come intendono distribuire gli oneri, o torneranno le promesse senza copertura?
Il vincolo non cancella la responsabilità
L'Italia non è libera di fare ciò che vuole con i propri conti, e chi lo promette in campagna elettorale racconta una favola. Ma non è nemmeno vero che tutto sia già deciso a Bruxelles o sui mercati. Dentro gli stessi limiti si possono fare politiche molto diverse, più eque o meno eque. Il debito restringe il campo; non sceglie chi deve pagare. Quella resta, interamente, una decisione politica, ed è su quella che i cittadini hanno il diritto di chiedere conto.
Fonti: RANE Worldview, «Fiscal Constraints and EU Rules Bind Italy to Cautious Economic Path Beyond 2027 Election», 7 ottobre 2026 (sintesi pubblica; testo integrale riservato agli abbonati); Istat, notifica dell'indebitamento netto e del debito delle amministrazioni pubbliche, 22 settembre 2026; Ministero dell'Economia e delle Finanze, Documento programmatico di finanza pubblica 2026, come riportato da MEF e agenzie di stampa; Senato della Repubblica, dati sulla XIX legislatura.



