Al 17 settembre 2025 la NASA ha contato oltre seimila pianeti confermati fuori dal Sistema solare, con più di ottomila candidati ancora in attesa di verifica. Trent'anni fa il numero era zero. Eppure, a fronte di questa mole di dati, la domanda di fondo resta aperta: nessuna osservazione ha finora dimostrato l'esistenza di vita, intelligente o no, al di fuori della Terra. Non è dato sapere se la specie umana sia sola nell'universo, né se un contatto avverrà mai. È un fatto, non un'opinione: mancano le prove in un senso e nell'altro.
C'è però una seconda contraddizione, meno cosmica e molto più misurabile. Una specie capace di ricostruire la struttura di quasi tutte le proteine conosciute, di censire mondi lontani migliaia di anni luce e di costruire sistemi di intelligenza artificiale, continua a investire risorse crescenti nella capacità di distruggersi. Il tema di questo articolo è questa contraddizione: la distanza tra la crescita delle capacità e la maturità con cui vengono usate.
L'equazione di Drake e il termine che riguarda noi
Nel 1961 l'astronomo Frank Drake propose un'equazione per stimare quante civiltà in grado di comunicare potrebbero esistere nella nostra galassia. Non è una misura, ma uno strumento per ordinare le incognite: tasso di formazione stellare, frazione di stelle con pianeti, pianeti abitabili, comparsa della vita, dell'intelligenza, della tecnologia, e infine L, la durata media di una civiltà tecnologica. Come riconosce lo stesso SETI Institute, dopo oltre sessant'anni quasi nessun termine è stato fissato con precisione, e le stime del risultato vanno da una sola civiltà, la nostra, a diversi milioni.
L'equazione, quindi, non dice se esistono altre civiltà. Dice però una cosa utile: tra tutti i fattori, L è l'unico su cui la specie umana ha un'influenza diretta. Gli altri dipendono dall'astrofisica e dalla biologia; quello dipende anche dalle decisioni politiche. L'economista Robin Hanson, nel 1998, ha formulato l'ipotesi del «Grande Filtro»: se lo spazio vicino appare silenzioso, da qualche parte nel percorso tra la materia inerte e una civiltà che si espande deve esserci un ostacolo molto difficile da superare. Resta un'ipotesi, non un risultato. Nessuno sa se il filtro sia alle spalle dell'umanità o davanti.
Il lato delle capacità
Sul piano scientifico i progressi recenti sono documentati. Il Premio Nobel per la Chimica 2024 è stato assegnato anche a Demis Hassabis e John Jumper per AlphaFold2, un modello di intelligenza artificiale presentato nel 2020. Secondo l'Accademia reale svedese delle scienze, con il suo aiuto è stata prevista la struttura di praticamente tutti i circa duecento milioni di proteine identificate dai ricercatori, e lo strumento è stato usato da oltre due milioni di persone in centonovanta Paesi, per esempio per studiare la resistenza agli antibiotici o enzimi capaci di degradare la plastica.
Anche la consapevolezza dei rischi è cresciuta. L'International AI Safety Report 2026, coordinato da Yoshua Bengio, è stato redatto da oltre cento esperti ed è sostenuto da più di trenta Paesi e organizzazioni internazionali: la più ampia collaborazione globale sulla sicurezza dell'intelligenza artificiale finora. Saper descrivere un rischio, però, non significa saperlo governare.
Il lato dell'uso: i numeri del 2025 e del 2026
Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, in crescita del 2,9 per cento in termini reali: è l'undicesimo anno consecutivo di aumento. La spesa militare è salita al 2,5 per cento del prodotto interno lordo mondiale, il livello più alto dal 2009.
Lo stesso istituto, nello Yearbook 2026, stima che a gennaio 2026 i nove Stati dotati di armi nucleari possedessero circa 12.187 testate. Di queste, circa 9.745 erano negli arsenali militari disponibili all'uso, circa 4.012 erano schierate su missili e aerei, e tra 2.100 e 2.200 erano mantenute in stato di elevata allerta operativa, quasi tutte russe e statunitensi. Nel febbraio 2026 è scaduto il trattato New START, l'ultimo grande accordo che limitava gli arsenali strategici di Stati Uniti e Russia, senza un accordo che lo sostituisca.
I dati sui conflitti vanno nella stessa direzione. L'Uppsala Conflict Data Program (UCDP) ha registrato nel 2025 sessantacinque conflitti armati con il coinvolgimento di almeno uno Stato, il numero più alto dal 1946, anno di inizio delle sue serie storiche. I conflitti tra Stati sono raddoppiati per il secondo anno di fila, da due nel 2023 a otto nel 2025, e tredici conflitti hanno superato la soglia di mille morti in battaglia in un anno, classificandosi come guerre: il valore più alto dal 1992.
A gennaio 2026 il Bulletin of the Atomic Scientists ha portato il Doomsday Clock, l'orologio simbolico dell'apocalisse, a ottantacinque secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino nella sua storia, citando tra le cause proprio la fine del New START e la corsa agli armamenti nucleari. L'orologio non è una misura statistica, ma una valutazione di esperti. È utile proprio per questo: rappresenta il giudizio di chi studia questi rischi per professione.
Perché le capacità corrono e la cooperazione no
Qui si passa dai fatti alle valutazioni, ed è giusto dichiararlo. Una possibile spiegazione della contraddizione è strutturale. La conoscenza scientifica e tecnica è cumulativa: ogni generazione parte da dove è arrivata la precedente, e un algoritmo o un'equazione non si dimenticano. Le istituzioni di cooperazione, invece, non si accumulano allo stesso modo. Trattati, fiducia reciproca e regole condivise vanno rinegoziati e mantenuti continuamente, e possono scadere, come il New START. Il risultato è uno squilibrio: la potenza disponibile cresce in modo quasi automatico, la capacità di governarla no.
Non si tratta di una condanna inevitabile. Esiste almeno un precedente documentato di cooperazione riuscita su un rischio globale. Il Protocollo di Montreal ha portato all'eliminazione di quasi il novantanove per cento delle sostanze vietate che riducono lo strato di ozono. Secondo la valutazione scientifica sostenuta dalle Nazioni Unite e diffusa dall'Organizzazione meteorologica mondiale, se le politiche attuali resteranno in vigore, l'ozono tornerà ai valori del 1980 intorno al 2040 nella maggior parte del pianeta, al 2045 sull'Artico e al 2066 sull'Antartide. Quando il rischio è chiaro, misurabile e condiviso, la cooperazione funziona.
Il conflitto non è il problema. Il problema è la posta
Sarebbe ingenuo pensare che una civiltà matura sia una civiltà senza conflitti. Il disaccordo fa parte del funzionamento umano, e spesso è il motore del cambiamento. Ci si può anche scannare per il colore di una parete. Finché la discussione resta sul colore della parete, e non sulla vita di un altro essere umano, è un conflitto sano, magari rumoroso, ma reversibile.
Il punto critico è quando la posta in gioco cambia natura: quando il disaccordo su un confine, una risorsa o un'idea viene risolto con strumenti che eliminano chi la pensa diversamente. È qui che la contraddizione diventa evidente. Una specie che dispone di strumenti di precisione straordinaria, dalla manipolazione delle molecole all'intelligenza artificiale, continua a regolare molte delle sue dispute con il mezzo più rozzo che conosce: la forza.
Fatti, ipotesi e valutazioni
Riassumendo con ordine. Sono fatti: le oltre seimila scoperte di esopianeti, l'assenza di prove di vita extraterrestre, i risultati di AlphaFold2, i dati SIPRI sulla spesa militare e sugli arsenali, quelli UCDP sui conflitti, la scadenza del New START, il successo misurato del Protocollo di Montreal. Sono ipotesi: l'esistenza di altre civiltà, il valore dei termini dell'equazione di Drake, il Grande Filtro. È una valutazione di esperti la posizione del Doomsday Clock. È una valutazione di chi scrive la spiegazione dello squilibrio tra capacità cumulative e cooperazione da ricostruire.
Non è dimostrato che la vita o la coscienza siano rare nell'universo: semplicemente, finora se ne conosce un solo esempio. Proprio per questo il termine L dell'equazione di Drake non è un esercizio teorico. È l'unico parametro che dipende dalle scelte di chi lo sta calcolando. La domanda se esistano altre civiltà potrebbe non trovare risposta per molto tempo. La domanda su quanto a lungo durerà questa, invece, si decide qui, e i dati degli ultimi due anni dicono che la risposta non è affatto scontata.
Fonti
NASA, «NASA's Tally of Planets Outside Our Solar System Reaches 6,000»: nasa.gov
SETI Institute, «The Drake Equation»: seti.org
Robin Hanson, «The Great Filter - Are We Almost Past It?», 1998: mason.gmu.edu
Nobel Prize, comunicato stampa del Premio Nobel per la Chimica 2024: nobelprize.org
International AI Safety Report 2026: internationalaisafetyreport.org
SIPRI, spesa militare mondiale 2025 (27 aprile 2026): sipri.org
SIPRI Yearbook 2026, armi nucleari: sipri.org
Uppsala University, UCDP, conflitti 2025 (9 giugno 2026): uu.se
Bulletin of the Atomic Scientists, Doomsday Clock Statement 2026: thebulletin.org
WMO, valutazione scientifica sullo strato di ozono e il Protocollo di Montreal: wmo.int
