domenica 18 ottobre 2026

Ucraina, il coraggio della pace: è ora che Zelensky riconosca i territori perduti

Ucraina, il coraggio della pace: è ora che Zelensky riconosca i territori perduti

Due giorni, due stragi. Il 7 ottobre a Pryluky un attacco russo ha ucciso ventidue persone, cinque delle quali bambini. Il giorno dopo, a Kramatorsk, sono stati colpiti due autobus: almeno trenta morti. Nelle stesse ore la delegazione ucraina lasciava in anticipo i colloqui di Miami con Stati Uniti ed Europa. È la fotografia di una guerra che non si sblocca e che, nel frattempo, continua a uccidere.

Spazio Informazione Libera sostiene una tesi scomoda, ma che alla luce dei fatti diventa ogni giorno più difficile da evitare: è arrivato il momento che Volodymyr Zelensky riconosca alla Russia i territori che ha conquistato, per mettere fine a questo massacro.

La fotografia del fronte

Oggi la Russia controlla circa il 20% del territorio ucraino. Nella regione di Donetsk a Kiev ne resta più o meno un quinto, circa il 19%. Nel 2026 l'avanzata russa ha rallentato e, secondo alcune stime, a settembre Mosca avrebbe perso più terreno di quanto ne abbia guadagnato. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha parlato apertamente di stallo strategico.

Tradotto: nessuno dei due eserciti è in grado di cambiare in modo decisivo la carta geografica. La Russia non sfonda, l'Ucraina non riconquista. In mezzo ci sono le persone.

Il prezzo dello stallo

Secondo le stime del CSIS, il centro studi strategici di Washington, aggiornate a luglio 2026, le perdite russe sono di circa 1,4 milioni tra morti e feriti, con fino a 450.000 caduti. Quelle ucraine sono tra 525.000 e 625.000, con 125.000-150.000 morti. In tutto, oltre due milioni di uomini uccisi o feriti in poco più di quattro anni e mezzo.

Poi ci sono i civili. Secondo la missione di monitoraggio delle Nazioni Unite, nei primi otto mesi del 2026 sono stati più di 15.000 i civili uccisi o feriti, il 55% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: oltre quattrocento vittime a settimana. E alle porte c'è il quinto inverno di guerra.

Il nodo è la terra

Lo ha detto lo stesso Rubio: i negoziati sono fermi perché Mosca pretende l'intero Donbas e Kiev rifiuta di ritirarsi. Il Cremlino, dal canto suo, si dice pronto a trattare sulla base degli accordi di Istanbul del 2022, «tenendo conto della realtà sul terreno». Zelensky risponde chiedendo più pressione su Mosca e più armi. Intanto ogni mese di rifiuto costa migliaia di vite, mentre la linea del fronte resta quasi immobile.

La proposta è semplice: riconoscere ciò che la Russia ha già preso, la linea attuale, come base di un accordo, in cambio di un cessate il fuoco immediato e di garanzie di sicurezza solide. Non significa concedere tutto ciò che Mosca pretende sulla carta. Significa smettere di mandare a morire una generazione per una riconquista che sul campo non sta avvenendo. E significa anche spostare il peso della scelta sul Cremlino: con il riconoscimento sul tavolo, Putin non avrebbe più alibi per continuare.

Gli ucraini sono più avanti dei loro leader

Chi dice che il popolo ucraino non accetterebbe mai dovrebbe guardare i sondaggi. Secondo l'istituto KIIS, a settembre il 75% degli ucraini era favorevole ai negoziati e il 69% accetterebbe un cessate il fuoco lungo la linea attuale, se non comportasse un riconoscimento legale. Il 41% ritiene che l'indipendenza del Paese possa essere preservata anche con perdite territoriali forzate: a febbraio 2025 era il 33%. Per l'istituto Rating, a inizio ottobre il 59% si dice disposto ad accettare concessioni territoriali, per lo più in cambio di garanzie di sicurezza, contro il 35% di contrari.

È vero, nello stesso sondaggio KIIS il 53% respinge ancora qualsiasi concessione. Ma la direzione è chiara: la stanchezza cresce e il realismo avanza. La leadership di Kiev rischia di restare ferma mentre il Paese è già andato oltre.

Le obiezioni, una per una

La sovranità. Il diritto internazionale è dalla parte dell'Ucraina, e nessuno lo nega. Ma la storia mostra che si può sopravvivere, e perfino prosperare, dopo una perdita dolorosa. La Finlandia, tra il 1940 e il 1944, dovette cedere all'Unione Sovietica la Carelia e circa un decimo del suo territorio. Rimase però libera, democratica e indipendente, e oggi è uno dei Paesi più solidi d'Europa. In Corea l'armistizio del 1953 congelò il fronte lungo la linea di contatto: non era giustizia, ma ha fermato la guerra per più di settant'anni.

Il precedente. Si dice che riconoscere le conquiste significhi premiare l'aggressione. È un argomento serio. Ma il precedente peggiore è un altro: una guerra che dura all'infinito perché nessuno ha il coraggio di chiuderla. La pace raramente coincide con la giustizia piena. Molto più spesso è il male minore, scelto per salvare chi è ancora vivo.

Le garanzie di sicurezza. Zelensky teme che i territori ceduti diventino un trampolino per un nuovo attacco. È il timore più fondato, ed è proprio per questo che il riconoscimento deve arrivare in cambio di garanzie concrete, scritte e sottoscritte dagli alleati. Lo dicono anche gli ucraini: la maggioranza accetterebbe concessioni proprio a questa condizione. Un'Ucraina in pace può ricostruire l'economia, l'esercito e le sue difese. Un'Ucraina dissanguata no.

Il tempo gioca a favore di Kiev. L'avanzata russa ha rallentato, è vero. Ma rallentare il nemico non significa ricacciarlo indietro, e i fatti sul campo non mostrano una riconquista vicina. Aspettare vuol dire scommettere altre decine di migliaia di vite su una vittoria che nessuno è in grado di indicare.

Il coraggio della pace

Zelensky ha dimostrato coraggio in guerra. Adesso gli serve un coraggio diverso, forse più difficile: quello di firmare qualcosa di doloroso. Ogni leader che ha chiuso una guerra ha dovuto farlo. Il compito di un capo di Stato non è difendere a ogni costo una linea su una mappa, ma proteggere il suo popolo.

Le vittime di Pryluky e di Kramatorsk non torneranno. Ma quelle dei prossimi mesi si possono ancora salvare. Ed è da questa domanda che bisognerebbe ripartire: quante altre vite vale una terra che, nei fatti, è già perduta?

Fonti: CSIS (stime di luglio 2026), Missione ONU di monitoraggio dei diritti umani in Ucraina, sondaggi KIIS e Rating di settembre e ottobre 2026, dichiarazioni di Marco Rubio dell'8 ottobre 2026, agenzie di stampa internazionali.